per Kuniaki Ida

Tra i numerosi professionisti del teatro che forniscono il proprio contributo alla Scuola d’Arte Drammatica di cui sono direttore, Kuniaki Ida è sicuramente quello che – a unanime giudizio di allievi e colleghi  – sa unire meglio le qualità di un grande insegnante e lo spessore di un artista vero. Maestro di attori Kuniaki Ida lo è da sempre, per scelta di vita e vocazione profonda, per capacità di sentirsi depositario di un metodo e per estrema lucidità e autorevolezza nel proporlo ai suoi discepoli. Insegnare il teatro – e Kuniaki ne è consapevole – esige un equilibrio e un senso della misura che non si possono improvvisare: è una strada di rigore, di scoperta di sé e talora di solitudine che impone una sollecita attenzione alle personalità in via di sviluppo, ma anche un doveroso distacco rispetto a relazioni umane che non possono diventare complici o protettive. Si tratta comunque di un distacco che contempla – e anzi richiede – quella passione e quella generosità che traspaiono conti: suo lavoro.

A differenza di altri, Kuniaki Ida non assume l’espressione artistica personale come uno sfogo o una compensazione nei confronti delle fatiche e dei sacrifici dell’insegnamento, ma come un necessario complemento, un’estensione del suo ruolo di creatore di talenti e pedagogo. Gli spettacoli da lui diretti che ho visto sino ad oggi sono caratterizzati sl da uno stile preciso e peculiare, ma soprattutto da uno straordinario rispetto per il lavoro degli interpreti, e da una forte intensità nel sostenerlo e valorizzarlo. Pur confrontandosi con una lingua che non è la sua, Kuniaki Ida riesce a dimostrare una sorprendente sensibilità ai risvolti più sottili del testo, alle pieghe allusive della parola, e a guidare i suoi attori a penetrarli sino in fondo. E in questo è anche il segno di una chiara idea registica che – pur non escludendo trasparenze oniriche e valenze simboliche – evita ogni genere di compiaciute sovrapposizioni ai significati suggeriti dal testo e dall’autore.

La cultura teatrale di Kuniaki Ida è sospesa tra due mondi, tra due sfere d’influenza intellettuale, a mezza via tra Oriente e Occidente. L’Oriente è il suo Giappone apparentemente lontano nelle abitudini quotidiane e nei ritmi del tempo interiore, ma di fatto assai più vicino ai guanto egli non pensi per l’alto senso della memoria e della tradizione e per l’austera severità sacrale del suo rapporto col palcoscenico e con coloro che vi operano.L’Occidente è la Francia dove ha studiato, dove ha incontrato Jacques Lecoq che gli ha trasmesso l’esperienza e il sapere, ed è l’Italia dove vive e produce, un’Italia divisa tra le nebbie milanesi e gli echi, i colori, i suoni, le reminiscenze della civiltà mediterranea. L’incontro in lui più fertile e creativo tra queste opposte componenti non può quindi che partire dalle forme che meglio e più naturalmente sintetizzano il confluire delle nobile ritualità nipponica e del rutilante immaginario latino, cioè la Commedia dell’Arte e il Melodramma.

Se in Italia Kuniaki Ida ha fatto conoscere e ha avvicinato a noi testi difficili del teatro giapponese come i Nō moderni di Mishima, è significativo che la sua prima regia lirica venga fatta in Giappone, e che si tratti forse non a caso di un’opera italiana che – come Madama Butterfly – parla soprattutto dei giapponesi. È un intreccio complesso, ma niente affatto oscuro o paradossale: ambasciatore e punto di raccordo di due concezioni del teatro differenti e ciascuna a suo modo illustri e pregnanti, Kuniaki Ida è stato però in primo luogo seguace e continuatore di un grande mimo come Lecoq, e al movimento, al corpo dell’attore o del cantante egli riconduce le basi di ogni suo intervento. In questa concretezza, in questa attenzione alla fisicità, alla pienezza del gesto e della presenza in scena sta probabilmente una delle chiavi che gli consentono di comunicare con entrambi i popoli, cercando nel palcoscenico il luogo di un linguaggio universale. Con questo patrimonio egli è in grado di passare facilmente dall’una all’altra riva, portando agli amici e ai collaboratori che lo attendono da questa e da quella parte i doni di una maturità artistica sempre più ricca e aperta alle molteplici facce del teatro.

 

Renato Palazzi, 1994