Tarantola melodica

Ecco che nel buio più totale si avverte un suono piuttosto familiare; è continuo e vibrante, pare quello di uno sciame di api pronte a mettersi in viaggio ronzando qua e là tra il fruscio del vento e il mormorio della natura. Le aspettative immaginifiche sono, però, presto disilluse; sul palco compare un braccio meccanico che sbuffa come un toro inferocito e scorre rapidamente folleggiando in servizio porta a porta: un’aspirapolvere. Lo strumento infernale, incubo delle domenica mattina, quando la palpebra è appena mobile e la sensibilità uditiva è alla minima sopportazione di frequenza, è condotto da una lunga veste bianca in raso con scollo a “V” e da un paio di pantofole vellutanti. Le luci si alzano e svelano la figura di un uomo che, a tempo debito, lancia uno sguardo di intesa al pubblico in sala. 

Quando le parole si fanno rima e il suono si districa tra lo spazio di una pausa e la deliziosa guarnitura di un punto e virgola, la melodia fa da padrona e conduce a nuove rivelazioni poetiche. 

Musiche tarantolate si levano verso l’alto e rompono le catene della linearità acustica quasi fossero un richiamo per attraversare un altro mondo. Lo spettatore oscilla in una realtà di suoni disturbanti e contorti che sembrano quasi riecheggiare atmosfere esoteriche. Il corpo dell’attore si muove turbinosamente nello spazio tranciando l’aria a ritmo di mani e piedi scoppiettanti. Poi, la limpidezza di una chitarra pizzicata e il canto di una voce cortese schiariscono la scena e la riportano con ironia a disposizione di chi ascolta e osserva curiosamente. 

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