Andrà tutto bene

Sono le otto e tutto va bene. Suona la campana del marinaio in vedetta. Nessun avvistamento dall’alto, nessun rumore sospetto, solo affannosi sospiri di nature morte. 

Il mare accenna giusto una qualche virgola di onde acustiche che oscillano tra l’essere e il non essere. Voce rotta di estati passate e ricordi fluidi sigillati nella mente; avari tesori custoditi in forzieri incrostati che riposano cautamente sul fondo del mare. 

Nell’aria un’idea di profumo di magnolia; è proprio lì, fuori dall’oblò delle certezze che osserva il soffio della vita levarsi verso l’alto. 

Con uno schiaffo di libertà arriva un vento di sabbia che vortica sulla nave e la fa scuotere per mare e per terra; un mostro marino spazientito celebra la sua voglia di fuga dimenandosi tra le sbarre di quella prigione nauseabonda. Legato ad un letto di speranze evanescenti urla come se fosse protagonista di un film muto riproducendo melodie stonate e boccheggia affannosamente lottando per la vita. 

Appena cinque minuti per una possibile via di fuga: il palombaro scende in avanscoperta per monitorare la situazione. Appeso sulla parete un’unica certezza, Gesù che osserva come testimone imparziale il passaggio del tempo. Scorre la sabbia nella clessidra; restano ancora pochi respiri prima del prossimo rintocco. Morire, dormire o sognare, forse. 

Registrazioni di attività cardiache, il polmone della nave si dilata e si restringe come l’elastico di una mascherina di protezione chirurgica. 

Sono le diciotto e tutto va bene. Un confessionale di musiche avviluppanti cinguettano da lontano; vecchi canti marinareschi che proteggono dalle malattie del pensiero. 

La sabbia adagiata su un porto di mare. Quelli che restano e quelli che navigano.

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