Uova a servizio

Chicchirichì! Il canto nevrotico del gallo mattutino risveglia camminate animalesche: piedi di operatori “modello inflessibile” che zampettano rigidamente per raggiungere la scrivania e passi galoppanti di chi, invece, ama scimmiottare i propri padroni. Inspiro ed espiro, ritmi corporei dettati dalla respirazione: gonfiare e svuotare il palloncino parlante. 

Giochi e scambi di ruolo a servizio di meccanismi lavorativi che costruiscono e decostruiscono la scena. Avanti il prossimo: nuove indicazioni imposte da voci metalliche che si amplificano nello spazio. Dispotismo maccheronico.

Parole storpiate; tentativi di linguaggio inanimato. Comunicazione averbale disarticolata; suoni che sembrano appartenere a gerghi primordiali, fuoriusciti dalle viscere più profonde. 

Per un istante l’unica voce organizzata e programmata, in rispetto a tutte le rigide normative della struttura della frase, pare sia quella registrata del call center. Tuttavia, quando dei clown si mettono “nei panni di”, tutto ciò che li circonda si distacca da ogni criterio e principio di linearità; il caos sgomita per essere protagonista ed aggrovigliare ogni situazione. 

Pause pranzo e produzioni caserecce di uova sode che non terminano mai; piccoli drammi di appetiti insaziabili che finiscono per essere tragicomici. 

Il clown, ancora una volta, si rende interprete di tematiche che toccano il quotidiano rigettate sul pubblico con un sorriso reversibile che lascia sorridere e riflettere. 

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