Risate e spazzolini

Quotidianità: l’atto della vestizione; la facilità di un’azione abitudinaria. Cosa dovrebbe esserci di tanto divertente?

Un baule in scena: un oggetto che cattura in maniera isolata l’attenzione. Sveglia! 

Un bambino dal pubblico: «quando andiamo a casa, mamma?» Risate.

Arto dopo arto un corpo dormente si risveglia, segmento in segmento, dalle mani alle dita. Cantano le articolazioni falangee come delle lancette per destare il complesso corporale. Tic tac, l’orologio del sogno batte il tempo del sonno a misura d’uomo. Toc,toc; sveglia! 

Un clown sul palcoscenico esplora l’esperienza della solitudine, da solo a solo: una conversazione a quattr’occhi con il pubblico che lo conduce a parlare una lingua umile, riconoscibile e condivisibile. Risate.

Ahimè, che pretesa impossibile per il clown quella di svolgere una qualsiasi azione seguendo gli usi comuni del comportarsi “a modo” e “alla maniera di”. Ogni tentativo di normalità si tramuterà in un’impresa, una missione annodata in complicanze cervellotiche risolvibili unicamente trovando e applicando un modo proprio. 

Spazzolini d’ogni dove spiazzano, spazzano via, spaziano via via spazi aperti ad ogni dove. Meraviglia e stupore; la semplicità del caso. Sghignazzo. 

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