Presentazione di un nuovo clavicembalo

di e con Guido Morini

27 ottobre 2017

ore 21.00

GUIDO MORINI IN CONCERTO

musica barocca e improvvisazioni in stile

NOVA   ET   VETERA

Perché un nuovo strumento antico

Viviamo in un’epoca affascinata dall’idea dello «standard», un’idea e un’estetica rese possibili dallo sviluppo industriale e commerciale conosciuto durante il secolo scorso. Questa rivoluzione investe anche il mondo musicale, toccando in modo particolare la liuteria, cioè quella particolare corporazione di artigiani che da secoli affianca i musicisti inventando o perfezionando gli strumenti musicali. La maggior parte degli strumenti musicali, fatta eccezione per gli archi, è prodotta con procedimenti semi-industriali, secondo canoni consolidati e non più messi in discussione: gli strumenti della musica classica non hanno conosciuto ulteriori innovazioni da quasi cent’anni a questa parte. Questo è un evento del tutto nuovo nella storia della musica: se guardiamo al passato vediamo che praticamente ogni generazione di musicisti chiedeva qualcosa di diverso al proprio strumento, per adattarlo meglio al nuovo gusto sonoro e alle caratteristiche dei nuovi stili. I costruttori di strumenti erano costantemente impegnati per inventare, innovare o migliorare uno strumento esistente, offrendo al committente un suono più aderente al gusto del proprio tempo.

Nel corso del Novecento sono però nate almeno altre due correnti che hanno contribuito a bilanciare l’apparente sclerosi del mondo classico: da una parte il fortissimo sviluppo degli strumenti elettrici ed elettronici che negli ultimi 50 anni hanno conquistato larghe fette di mercato, continuando ad evolversi al ritmo travolgente dell’informatica; dall’altra la riscoperta degli strumenti antichi, quelli usati per il repertorio antecedente a Mozart, fino a una sessantina di anni fa del tutto assente dalla programmazione dei teatri e delle società concertistiche. Se il mondo dell’elettronica risponde a un gusto «globalizzato» e si sviluppa secondo logiche industriali, la riscoperta degli strumenti antichi porta a un rinnovato interesse per i materiali e le tecniche costruttive delle epoche passate, al fine di ridare voce a musica altrimenti destinata all’oblio. Ecco che si comincia a studiare gli strumenti conservati nei musei per carpirne i segreti costruttivi, applicando con rigore le tecnologie dell’epoca: si ricostruiscono clavicembali, liuti, tiorbe, flauti, viole da gamba, tutti strumenti di cui si era persa la memoria sonora e che si rivelano perfetti per riproporre la musica dei secoli passati. Tuttavia il fascino dello «standard», tipicodella nostra mentalità e amplificato dalla diffusione senza precedenti dei mezzi di comunicazione di massa, non risparmia neppure le nicchie di audaci ricercatori e filologi (talvolta non immuni da una venatura di fanatismo o fondamentalismo). E’ forte la tentazione di classificare e sistematizzare un mondo di alto artigianato che, pur rispettando alcune regole costruttive e acustiche di base dettate dalle esperienze trasmesse da padre in figlio, le applicava con la massima elasticità e una duttile creatività, in grado di assecondare le esigenze più diverse della committenza. Nel caso del clavicembalo, specialmente in ambito italiano, è difficile trovare due strumenti uguali anche presso lo stesso costruttore: le richieste del committente o la disponibilità dei materiali rendevano necessaria una progettazione particolare per ogni strumento, che spesso restava un unicum. La lunghezza di un cembalo può variare di oltre due metri, l’estensione della tastiera da meno di quattro a oltre cinque ottave, il numero di tastiere da una a tre e si può dire che ogni strumento presentasse caratteristiche peculiari. Oggigiorno tutta questa flessibilità è perduta e un costruttore che si dedichi al cembalo sovente si specializza in pochi modelli che hanno incontrato il (nuovo) gusto degli esecutori. Fra i modelli italiani sono molto apprezzati gli strumenti piccoli, sotto i due metri (leggeri e facilmente trasportabili) e quelli medio grandi, entro i due metri e mezzo, di maggiori dimensioni e sonorità. Detto tutto questo, non trovo per nulla strano che un musicista chieda qualcosa di particolare al proprio strumento, un carattere o una sonorità che permetta di esprimere al meglio le proprie esigenze musicali. Da qui è nato il desiderio di avere uno strumento che, nel rispetto assoluto della tradizione costruttiva italiana e senza invenzioni strampalate, potesse dare voce alla mia particolare sensibilità e alla mia esperienza concertistica ormai quarantennale. Ho individuato in Giulio Fratini un costruttore giovane e molto capace, in grado di sentire il suono segreto che ogni musicista porta con sé e, insieme, abbiamo lavorato intorno a un nuovo cembalo che avesse la capacità di esprimere il suono che sogno. Un timbro del presente che viene da un profondo passato: «nova et vetera» in rapporto fecondo e creativo.

Guido Morini

di e con Guido Morini