La bancarotta, ovvero il rischio economico secondo Goldoni

di Carlo Goldoni

          Pantalone, il mercante della Commedia, per superficialità, leggerezza, poca cura nel fare i conti e soprattutto per una invincibile passione per le donne, circondato da avvoltoi e profittatori, manda in rovina impresa, famiglia e se stesso. “Gli uomini non conoscono il bene fino a quando non sono in miseria” è l'ultima amara constatazione della commedia, mentre “Ecco il conto” ne è la prima battuta! Goldoni scrisse La bancarotta quando era Console di Genova a Venezia e annota: “Iniziato nel mio nuovo impiego alla conoscenza dei commercianti, non sentivo parlare che di fallimenti. E vedevo che quelli che si ritiravano, che tagliavano la corda o che si facevano arrestare, dovevano la loro rovina solamente all’ambizione, alla sregolatezza, al vizio. Allargai il mio orizzonte fino alle persone di legge che, gettando polvere negli occhi dei creditori, davano il tempo ai bancarottieri fraudolenti di rendere i loro fallimenti più lucrativi e sicuri”.
          Terza commedia di Goldoni, La bancarotta, scritta nel 1740 e rappresentata al Teatro San Samuele di Venezia, conobbe un grande successo di pubblico. È una delle commedie che più marcatamente segna il passaggio dal vecchio teatro della Commedia dell’Arte al nuovo teatro che comincia a farsi strada proprio attraverso la riforma goldoniana. In pratica ai vecchi canovacci, lasciati alla libera e codificata concertazione degli attori, si viene man mano sostituendo un testo completamente scritto, e alle maschere tradizionali, ormai sclerotizzate in una recitazione stereotipata, un maggiore studio e approfondimento dei caratteri.
          La pièce trova la propria origine in un tradizionale canovaccio della Commedia dell’Arte; alcune parti vengono inizialmente scritte e altre lasciate a soggetto, poi anche queste ultime saranno scritte completamente. La bancarotta rispecchia quindi un momento di ‘crisi’ del teatro, in cui si profilano i cambiamenti che portano dal vecchio al nuovo.
          La compagnia dell'Arsenale affronta il grande classico italiano con la consueta verve che rivela contemporaneamente il comico delle situazioni e l’altra immancabile faccia: il loro lato tragico.  Gli attori in scena appartengono a diverse generazioni, come d’uso all’Arsenale. Il teatro è infatti uno specchio della vita che la evidenzia e la migliora.  Lo spettacolo è recitato in un italiano veloce e scorrevole, per facilitare la comprensione del testo e per seguire alla lettera le ripetute raccomandazioni di Goldoni che, più volte nei suoi scritti, ricorda l’importanza fondamentale che il linguaggio recitato sia pienamente condiviso dal pubblico.
          Liberato dagli schemi formali che lo affliggono, Goldoni appare qui per quello che è: il grande autore classico, dunque contemporaneo, che trae le sue storie dai grandi libri del Mondo e del Teatro.
          Nel nostro allestimento percorre, l'uomo de La bancarotta, uno spazio urbano e popoloso che lo porta instancabilmente da un luogo all'altro, all'aperto e al chiuso, correndo spinto dal vento delle passioni, dei desideri, della necessità e da poca virtù. Spazi di passaggio, dove si consumano brevi scene e la vicenda. Scene veloci, captate al volo, uno sguardo sulla vita. 
          Goldoni ha marcato un momento importante di passaggio nel teatro e l'ha chiamato “la mia riforma”. Ha riassunto e portato a maturazione un movimento insito nel divenire stesso del teatro. Anche il nostro è un momento di “riforma”. Si riforma, ora, il teatro attraverso lo spazio della rappresentazione che non è, e non può più essere, quello di prima, e non è ancora un altro. La prospettiva classica, utilizzata per secoli e coincidente con il palcoscenico tradizionale, sembra oggi non rispondere più al nostro punto di vista, abituato all'immagine in movimento, a una visione dello spazio che ne valorizza le fughe verso altri spazi solo immaginabili. Lo spazio corre altrove e le nostre passioni e i nostri desideri, motori del nostro movimento, corrono verso un altrove che ci sfugge. Antico e moderno vengono qui a coincidere in una classicità riformata. 

Adattamento e regia
Marina Spreafico

Con
Marino Campanaro, Giovanni Di Piano, Mario Ficarazzo, Paui Galli, Vanessa Korn, Claudia Lawrence, Mattia Maffezzoli, Lorena Nocera, Fabrizio Rocchi

Allestimento
Pierluigi Salvadeo

Costumi
Brancato Costumi Teatrali

Ambientazione sonora
Walter Prati

Luci
Piera Rossi

Regista assistente
Valentina Colorni

Assistente alla regia
Giovanni Di Piano

Assistente ai costumi
Ambra Rinaldo

Tecnica generale
Christian Laface

Partner
Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura e Società, Corso di Scenografia - MMT CreativeLab