Il paradosso del poliziotto

di Gianrico Carofiglio

sinossi
Mediante il racconto di alcuni casi giudiziari e dei relativi metodi di indagine, un poliziotto svela l’essenza paradossale del lavoro investigativo, e mostra l’inutilità della violenza per ottenere risultati attendibili. Una testimonianza civile per un teatro civile, immerso nella nostra realtà quotidiana. In un periodo in cui si sente come non mai parlare, e soprattutto straparlare, di giustizia, procedure e annessi e connessi, in cui siamo sommersi da linguaggi-pseudo (pseudo-giuridici, pseudo-scientifici, pseudo-medici…) in scena la parola di chi ha esperienza, competenza, consapevolezza, spirito analitico e riflessivo, uniti a qualità di scrittura e di poesia. Si, ascoltare, perché la parola acquista tutta la sua forza creatrice quando è incarnata, spazializzata, detta e ascoltata. Tra parola scritta e parola detta, difatti, c’è di mezzo la vita.

Il paradosso e il suo spazio
Questa volta l’Arsenale è stato trasformato in un locale, uno di quei bar dove si ascolta musica, e ci si danno gli appuntamenti. E in questo spazio comune tra pubblico e attori, tutti avventori del medesimo locale, in cui il luogo dell’azione teatrale coincide con il luogo dello spettatore, si incontreranno i personaggi de Il Paradosso del Poliziotto: il Poliziotto, appunto, e la Scrittrice che gli ha chiesto un appuntamento. In questo locale si dipanerà, tra racconto e soggettive, il percorso umano e professionale di una presa di consapevolezza emblematica.  Nello spettacolo ho messo vita e teatro su due piatti della medesima bilancia, e ne ho alternato il peso, facendo ora salire uno e ora scendere l’altro. Vita e teatro si sono così mischiati tra di loro e un unico spazio condiviso ha evidenziato queste intenzioni. Il testo è stato il motore di questa scelta perché esso è teatrale solo nell’intenzione del sottotitolo, un dialogo, ma non nello svolgimento dell’azione, che resta una pura conversazione, se pure con un colpo di scena finale.

col senno di poi
In questo spettacolo ho messo vita e teatro su due piatti della medesima bilancia, e ne ho alternato il peso, facendo ora salire uno e ora scendere l’altro.
Vita e teatro si sono così mischiati tra di loro. Il testo è stato il motore di questa scelta perché esso è teatrale solo nell’intenzione del sottotitolo, un dialogo, ma non nello svolgimento dell’azione, che resta una pura conversazione, pur con un colpo di scena finale.
Eppure si sente in questo dialogo un’aspirazione alla parola detta a voce alta, e ascoltata, a una parola incorporata, incarnata, calata nella vita, come è il proprio del teatro. A una parola condivisa in comune da più persone e elevata su un altro piano rispetto all’atto solitario della lettura.
Perché quindi il testo, che dice cose importanti con scrittura poco teatrale, fosse fruibile e assimilabile, l’ho diviso in spot, in brani semiautonomi, intramezzandoli con interventi di colore teatrale, pertinenti a volte a quanto narrato e a volte al luogo in cui si svolge il dialogo, un bar notturno. L’attenzione a quanto detto, così, non rischia di perdersi e il luogo dell’azione diventa reale, coincidendo con il luogo dello spettatore. Questo alternarsi è anche evidenziato da diverse quote sceniche.
Mi rendo conto, a lavoro ormai in scena, dopo alcune repliche, di essere anche andata in modo inconsapevole, alle radici della commedia, da noi nota come commedia dell’arte, (della quale credo di essere una naturale e non volontaristica discendente).
Due degli inserti teatrali sono in altre lingue (una italiana e due no), ma è dato per assodato che in quel momento gli altri attori, e con essi la maggior parte del pubblico, non capiscono quanto viene detto. Ci vorrà del tempo (come ce n’è voluto in passato) perché queste lingue si contamino e possano comunicare tra loro.
C’è anche la presenza di un personaggio di un continente ancora lontano (non turisticamente parlando) che ha una doppia valenza, di integrato prima e di nuovo dominatore poi, cosa che ho poi ricordato avvenire, in altro modo, con la commedia tradizionale italiana.
Insomma, i grandi temi umani e sociali, i personaggi e i loro eterni rapporti, viaggiano e cambiano costumi nel corso del tempo, ma restano sostanzialmente se stessi. L’umanità non cambia molto, forse quasi per niente, oppure il processo è talmente più lento del tempo a nostra disposizione, anche attraverso più generazioni, che non ce ne accorgiamo.
Quando si fa il teatro ci si interroga, poi, sulla forma che ogni nuovo lavoro ha preso. Ci si interroga poi, perché la forma arriva alla fine, come risultato di un processo per molti aspetti intuitivo e comunque, là dove consapevole o ragionato, ragionato in altro modo.
Forse questo spettacolo assomiglia, fatte le debite proporzioni, a Las meninas di Velasquez.
Forse a un certo punto del proprio percorso artistico e umano vita e finzione si sommano come due immagini riflesse nel medesimo vetro.               (M.S.)

 

adattamento e regia
Marina Spreafico

con 
Mario Ficarazzo, Claudia Lawrence

e Arsenale-lab 2011
Luca Ciardone, Irene Curto, Lorenzo Gentilini, Danilo Mercatante, Lucia Nicolai, Alessandro Pallecchi, Angelica Prezioso, Bintou Ouattara, Pierre Villa, Marco Virgilio

allestimento
Pierluigi Salvadeo

sonorizzazione musicale 
Walter Prati

luci 
Piera Rossi

assistente alla regia
Giovanni Di Piano

assistenza tecnica
Christian Laface